Our road to Mandalay

Ci avevano detto che la Birmania in aprile sarebbe stata torrida, ma nulla ti può preparare alle stanze ammuffite, areate solo dal ronzare di pigri ventilatori, nè agli “autobus” talmente lunghi che a tenere il braccio fuori ti ritrovi con una scottatura. Abbandonate le comodità thailandesi si ritorna in strada, nella polvere, e lo stacco non potrebbe essere più grande. La Birmania è un Paese controverso, affascinante, aperto al turismo solo da pochi anni; i confini terrestri sono rimasti chiusi fino a pochi mesi fa, e il nuovo accordo tra il governo birmano e quello thailandese che ha permesso l’apertura di alcuni valichi tra le due nazioni ci è sembrato un segno, quasi un invito. Così è deciso: il volo già prenotato per l’Australia può aspettare, lo posticipiamo di tre settimane e attraversiamo le acque che dividono Ranong da Kawthoung, trasportati da un novello Caronte in giacchetta di salvataggio. I nostri passaporti vengono rapiti più volte per ricevere controlli e timbri su piattaforme di polizia galleggianti. Siamo nel sud della Birmania, dove i turisti non arrivano perchè qui spostarsi via terra è troppo difficile: il governo non permette che noi stranieri percorriamo interi tratti di strada, col risultato che i voli per Yangon sono decisamente più popolati di questa cittadina sperduta nel niente. Il primo impatto è magnifico: i visi di donne e bambini sono tutti truccati con una pasta bianca a creare cerchi, fiori, decorazioni sotto gli occhi, sul collo, sulle braccia; anche alcuni uomini seguono quest’usanza, ma lo notiamo solo dopo qualche istante, intenti come siamo a osservare il longi, una specie di “gonnellone” che indossano intorno alla vita al posto dei pantaloni. Siamo dentro. Non ci sono scritte in inglese, i passanti ci scrutano incuriositi, un paio di signori di mezza età armeggiano col longi scolorito per saltare sulle loro motorette e darci un passaggio gratis fino all’unico hotel della città. Ci sono solo due modi per arrivare a Dawei, la nostra prima tappa sulla via per la capitale: volare o navigare. Undici ore di aliscafo con partenza alle 4 di notte, 60 dollari a testa di biglietto (che in Asia equivale a un vero e proprio salasso!) quando il prezzo per la gente del luogo è 30: andata! Con gli occhi impastati di sonno ci avviamo al porto la “mattina” dopo e dopo 11 ore sbarchiamo a Dawei. IMG_2331La vera avventura inizia qui. Saremo in cinquanta, unici occidentali noi due, stipati su un camion con il retro aperto, lo scheletro di un mezzo di trasporto che viene caricato di qualunque cosa: scatole, valigioni, sacchetti, ogni sorta di merce che dobbiamo cercare di tenere ferma con le mani durante il tragitto di due ore per non esserne schiacciati. I nostri occhi sono tutti per ciò che scorre ai lati della strada: la vita qui si è fermata, tra i nuvoloni di polvere rossiccia che solleviamo con le ruote scorgiamo bambini che giocano intorno ai pozzi, da cui le donne della famiglia attingono l’acqua coi secchi, le ragazze si lavano i lunghissimi capelli neri e i piatti e le pentole vengono lavati per la cena. Un solo pensiero: ne è valsa la pena. Dawei non è nulla di speciale, a parte che ci regala il nostro primo viaggio in tre su un motorino, un passaggio fino ad una guesthouse con i nostri due zainoni pressati in qualche modo tra noi e il guidatore, che intanto continua a zigzagare nel traffico come se niente fosse. Ci servono cibo e riposo, compriamo un sacchetto misto di samosa e frittini da un signore a bordo strada, con un pentolone pieno dell’olio più nero che abbiamo mai visto; ovviamente sono buonissimi, ci addormentiamo pronti ad affrontare la Birmania dal giorno dopo. Per salire ancora scopriamo che qui non esistono solo gli autobus, ma anche dei mezzi che noi definiremmo “apecar” con sempre il retro scoperto, i tuk-tuk del luogo, solo che qui non ci si fanno solamente tratte urbane ma interi tratti di strada, ore e ore seduti su panchette di legno che si rivelano impietose con i nostri fondoschiena. IMG_2427Ed e’ così che attraversiamo il sud-est, sui tuk-tuk. Mawlawmyne ci regala alcuni dei ricordi visivi più belli e toccanti della Birmania: muri color verde acqua, bambini che corrono tra le palafitte, strade di terra fangosa, passeggiamo con la macchina fotografica mentre tutti ci salutano dai portici delle loro “case”, non c’è traccia di igiene nè di nulla che possa essere ricondotto alla nostra cultura, è un mondo a sè che ci fa quasi commuovere (e ci fa venire una gran voglia di andare in India!). Mawlawmyne ci regala anche due tra i sapori migliori di questa terra poco fantasiosa in termini di cibo, se si esclude la cucina indiana; un’avocado salad e un faluda, il misto di gelatine/gelato/pudding all’uovo servito nel boccale da birra, il tutto gustato nel night market che si tiene lungo il fiume. Una cena come tante altre che diventa indimenticabile. IMG_2515Passiamo per Kyaykto, dove saliamo fino in cima al monte sacro ai birmani per ammirare la Golden Rock, un immenso masso dorato sospeso sul nulla, che sfida prepotentemente la valle; gli uomini e i monaci sono in adorazione ai suoi piedi, mentre alle donne non è permesso toccarlo nè avvicinarsi, devono accontentarsi di pregarla da qualche metro più in là. Il posto è stracolmo di famiglie armate di pentoloni e “schiscette” di proporzioni assurde pronte a godersi la giornata di cibo e preghiera, l’obbligo di togliersi le scarpe rende tutto più particolare ai nostri occhi occidentali. Respiriamo l’aria frizzante del cucuzzolo, ci perdiamo in mezzo ai sari delle grosse matrone indiane (qui la comunità indiana è importantissima e davvero numerosa!), scrutiamo i banchetti di street food e paccottiglia che si susseguono su per la scalinata. Bago è un’altra tappa semi-obbligata, ma in realtà non ci entusiasma più di tanto; decidiamo di recarci in visita all’unica attrazione della città, un pitone di più di cent’anni, uno degli esemplari più grandi esistenti al mondo, che vive in un monastero ai confini della città, venerato da tutti in quanto si ritiene sia la reincarnazione di un santissimo monaco vissuto decenni fa. Ci mettiamo in cammino, ma la giornata è destinata a prendere una piega ancora migliore di quanto potessimo immaginare: nei vicoletti ci si attacca il matto del paese, il marito della macellaia o qualcosa del genere, che non parla una sola parola di inglese. Ci indica ripetutamente il suo cappellino degli Yankees come se questo potesse magicamente farci capire tutto quello che sta dicendo. Una ragazza ci nota e viene ad aiutarci, le diciamo che vogliamo vedere il famoso serpente di Bago… “snake”, “pssst”, gesti di mani che strisciano ad imitare un rettile, alla fine riusciamo a capirci. Ma prima ci porta in un monastero nascosto tra le case, e ci dice che siamo i primi occidentali a metterci piede; c’è un monaco seduto di fronte a un gruppo di bambini, tutti con la loro tunichetta (i bambini bordeaux, le bambine rosa) che lo ascoltano. Quando ci vedono rimangono a bocca aperta; il monaco che parla un buon inglese ci fa sedere e discute con noi della sua cultura, ci offre Fanta, anguria, torte confezionate, mentre tutt’intorno a noi i genitori dei bambini e tutti gli abitanti del quartiere si stanno raccogliendo ad osservarci curiosi. Ogni volta che incrociamo lo sguardo di uno di loro (sono soprattutto donne) riceviamo in cambio un sorriso meraviglioso. Ci sentiamo dei privilegiati ad essere qui, ancora una volta. IMG_2549La ragazza ci porta finalmente al monastero del pitone, dove in effetti rimaniamo scioccati di fronte a uno degli animali più impressionanti che abbiamo mai visto, un serpente di 30cm di diametro che se ne sta lì beato, ricoperto delle banconote che i fedeli lasciano ad ogni preghiera offerta. Prossima tappa, la capitale: Yangon. Una città che rapisce e confonde. Caotica, colorata, odorosa. Sì, la Shwedagon Pagoda è uno spettacolo indimenticabile, tutta oro e reliquie del Buddha, ma ancora più belli per noi sono i vicoli di Little India, che la sera si animano di bancarelle con ogni sorta di street food. Il mercato mattutino che si snoda nei viottoli è il più pittoresco che abbiamo mai visto: i camioncini passano in mezzo alle due file di bancarelle passando sopra i foulard stesi a terra con le verdure sopra, sanno ormai calcolare perfettamente come non schiacciarle. I mendicanti sono accovacciati a terra, appoggiati ai loro bastoni, e non alzano mai lo sguardo; le donne strillano per promuovere la loro verdura, mentre i loro figli che non si curano del rumore tutt’intorno dormono in mezzo alle rape. E’ una situazione talmente reale e vera, piena di vita, vibrante di tutto ciò che ora sappiamo dev’essere il Sud-est asiatico prima che arrivassimo noi a colonizzarlo coi nostri resort, che quasi non ci si crede. Prima di Mandalay, che ci porterà nel punto più settentrionale raggiungibile, è d’obbligo una tappa a Bagan, dove riusciamo ad arrivare con 20 ore del treno peggiore che abbiamo mai preso. 20 ore di hard sit. Sembrerebbe una cosa già vista, fatta e sentita durante le nostre lunghe traversate cinesi ma no, nessun treno può farti da training a quelli birmani: dormire è impossibile, gli sballottamenti spostano il vagone di interi metri ondeggiando a destra e sinistra, i binari malfatti ti fanno sobbalzare sul sedile, fare salti di dieci centimetri, mentre i topolini si aggirano indisturbati sul pavimento, comunque ricoperto di tutti coloro che non hanno comprato un biglietto a sedere. Su questo treno conosciamo IMG_1975Anu e Florian, con cui condivideremo la lunga pedalata del giorno dopo tra i vari templi dell’immensa valle. Un tramonto dalla costruzione più alta e la vista che spazia fino all’orizzonte ci ripagano del sudore e della fatica. Ci siamo… Mandalay! Siamo curiosi di assistere ai famosi festeggiamenti per il nuovo anno lunare, che qui consistono nel trasformare ogni paese e città in un grande centro per gavettoni e giochi d’acqua. Ci siamo già presi le nostre belle secchiate pedalando a Bagan, ma ciò che vediamo a Mandalay è pazzesco. Sul retro dei camion, per strada, ovunque, gente che balla a ritmo di musica dance altissima mentre dall’alto dei palchi altre persone impugnano gli idranti e aprono l’acqua senza pietà. L’acqua nelle strade arriva ai polpacci. Ovunque si vada, qualcuno ti lancia addosso dell’acqua. La sera rientriamo fradici in albergo (come sempre costoso, ammuffito e sporco, com’è usuale in Birmania) e ci prepariamo ad un’emozione enorme. C’è un fricchettone sul tetto, un biondino occidentale che indossa il longi e ha le braccia ricoperte di braccialetti. Lo stavamo cercando, ma trovarcelo davanti è bellissimo: Jeppe, il ragazzo danese conosciuto in Asia centrale ben sei mesi fa!! Ci siamo tenuti in contatto durante tutto questo tempo, e mentre noi attraversavamo mezza Cina e il sud est asiatico lui era alle prese con Cina, Afghanistan, India… due strade opposte che alla fine ci hanno portati entrambi qui, suo tetto di un hotel scalcinato a Mandalay, Birmania. Gli abbracci e i racconti non si contano nemmeno, passiamo tre giorni a parlare di tutto con lui e il suo amico Jens, la colazione diventa lunga due ore ogni mattina per quanto abbiamo da dirci. Se ci chiedete cos’abbiamo visto di Mandalay, noi vi diremo: Jeppe.

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 Da sinistra nella foto: Jens, Jeppe, Giorgio e Laura

Arriva di nuovo l’ora dei saluti, abbiamo ancora da solcare le acque del lago Inle prima di rientrare in Thailandia: il tempo qui vola, ma soprattutto gli spostamenti sono lunghi ed estenuanti e ci mangiano parte dei 28 giorni di visto. Con la barchetta facciamo il giro del lago, vediamo i villaggi di palafitte, le fabbriche della seta, dopodichè siamo pronti ad uscire dal Paese. Questa sarà la parte più lunga ed estenuante della nostra permanenza. Non diremo che avremmo voluto prendere un aereo, ma… beh sì, lo diremo. Il nostro sogno pero’ è più importante di qualunque stanchezza, siamo così fieri di essere arrivati fin qui che non rinunceremo certo ora! E allora proviamo ad uscire da nord ma no, mezza giornata in stazione di polizia spiegando che vogliamo andarcene da sopra non bastano; quella strada è chiusa ai turisti per via degli scontri etnici nella zona, non c’è verso per noi di percorrerla. Dobbiamo tornare giù, ripassare da Bago, uscire da Mae Sot e risalire fino a Chiang Mai in Thailandia, meta che abbiamo eletto a luogo di break per qualche giorno prima di scendere verso la Malesia. Ci mettiamo tre giorni ad attraversare il confine, tutti passati su mezzi di trasporto uno più lungo, scomodo e caldo dell’altro, di giorno e di notte. Quanto sarà dolce toccare il materasso a Chiang Mai… ma la fatica è un prezzo da pagare per visitare questo posto meraviglioso prima che venga anch’esso privato della sua vera identità. Noi speriamo che non accada tanto presto e vi invitiamo ad andarci il prima possibile. Riassumere in un solo post cosa può donarti un viaggio in Birmania non è semplice, ci sono troppo dettagli che contribuiscono a creare il tutto. I calendari buddhisti incisi sui fogli di bambù. I gruppi di uomini seduti in cerchio che mangiano dai pentolini all’ora di pranzo. Gli sguardi furtivi e benevoli delle signore anziane che si posano su di noi nei tuk-tuk. Le bambine che portano ceste di uova in equilibrio sulla testa. La colazione dei monaci che si riversano tutti in fila nelle vie delle città a chiedere l’elemosina. I samosa unti che ti vengono offerti attraverso i finestrini degli autobus. Un Buddha di pietra lungo 170 metri perso in mezzo alla foresta, accanto a una pozza d’acqua marrone in cui i bambini si tuffano tra risate e schizzi. Thazi, una tappa obbligata, un paese in cui non c’era assolutamente niente ma in cui abbiamo bevuto il succo di zucchero di canna con lime più buono di sempre. Questo e troppo altro ci sarebbe da dire. Per ora, qualcosa ve l’abbiamo raccontato. O almeno, ci abbiamo provato.

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