StarwayS to heaven

02-06 dicembre 2013

“Il mondo é fatto a scale…”, quante volte lo si sente dire senza realmente pensare al significato. Vuol dire che ogni vita ha dei bassi e degli alti, che ad ogni atto di volontà volto a spronarci e a migliorarci potrebbe contrapporsi un momento di sconforto più o meno debilitante. In Cina questo detto si arricchisce di altri significati, facendo capire quanto questa superpotenza di nuova formazione si perda in piccole cose; l’orientamento al dettaglio dei cinesi li fa sembrare a tratti geniali nel risolvere tutta una serie di piccoli problemi quotidiani, ma allo stesso tempo gli fa perdere la visione d’insieme. Abilissimi nell’unificare un bicchiere e un porta pop-corn per poterne usufruire con una mano sola, non riescono di contro ad imparare l’inglese come si deve, nonostante lo studino intensivamente ad ogni livello d’istruzione.
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Qui in Sichuan, pero’, il noto proverbio è stato preso alla lettera, acquistando un nuovo significato: la piccola scalinata di Leshan e l’imponente parco disseminato di monasteri sul monte Emei ne sono la dimostrazione. La prima tappa, oltre che ad ammirare il Buddha più grande della Cina, ci serve per richiedere l’estensione del visto (di cui parleremo più avanti): un mese é decisamente troppo poco per visitare anche solo metà di questa immensa Repubblica Popolare. Custode imponente dell’intera collina e protettore del fiume che sovrasta, il Buddha di Leshan é tutto scolpito nella roccia rossa. Mentre maciniamo i gradini, concentratissimi, l’umidità della foresta intorno a noi e le acque del fiume abbassano la temperatura costantemente, e le sculture che arricchiscono il sentiero ci guardano tentare l’impresa di riscaldarci. Dal muschio rigoglioso che riveste una grotta lungo la strada ci appare un’altra statua, sorridente e gioiosa, un Buddha ben più piccolo e modesto di quello per cui siamo venuti fin qui; se ne sta lì dove lo hanno messo, forse a rincuorare i viaggiatori che la fatica sta giungendo al termine. Facciamo gli ultimi passi ed é lì, difficile da mettere a fuoco in mezzo a tutto quel verde e al viavai di gente, ma non c’è dubbio: è la sua testa, gigantesca e decorata meticolosamente, poggiata su di un corpo ben proporzionato, coperto da una tunica e dai segni del tempo. Nemmeno si riesce ad immaginare lo sforzo che c’è voluto per renderlo il simbolo che é oggi.
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Di fronte ai suoi immensi piedi la vita sul fiume prosegue inesorabile, i pescatori della comunità vicina continuano indisturbati le loro attività, regalandoci immagini davvero da cartolina.
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“Sfortunatamente” a Leshan gli ostelli scarseggiano, così siamo costretti a ripiegare su un hotel che espone un’intera costellazione sull’insegna. Il lusso estremamente a basso costo ci permette di ricaricare le batterie per la vera scalata che ci aspetta, oltre che di trafugare ogni ben di dio dal ricco buffet della colazione (in questi viaggi, l’arte del trasformare una “colazione inclusa” in una “cola-pranzo” si affina al punto da raggiungere una “cola-pranzo-merencena”…). L’Emei Shan, uno dei monti sacri ai buddhisti cinesi, si innalza fino ai tremila metri ed é sede di un parco naturale tra i più belli che ci sia capitato di vedere qui in Cina. L’interno sembra quasi un videogioco degli anni Ottanta: una mappa con i punti di riferimento, la meta finale, percorsi differenti, scorciatoie e scimmie impreviste. Insomma, essere pronti ad una semplice camminata sulle scale non basta.
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Le energie per continuare a salire devono essere continuamente integrate: a metà percorso gli scarponcini hanno bisogno di un upgrade, noi invece di una cucchiaiata di burro d’arachidi variegato al cioccolato nello stomaco. Con gli zuccheri in circolo e i ramponi di ferro bel saldi ai piedi, possiamo proseguire. Sul lato ombroso della montagna il ghiaccio è spesso e costante, sui gradini così come sul corrimano, non c’é un appiglio o un sentiero più battuto di un altro, solo questa patina fastidiosa che sei obbligato ad affrontare. E’ come trovarsi davanti ad una torta bellissima, ma che qualcuno ha ricoperto con un’appiccicosa e inamovibile glassa all’olio di ricino. La gente scivola, rendendoci ancora più prudenti; procediamo pianissimo, ancor di più quando notiamo macchie di sangue sul ghiaccio misto a neve. Complicato, estenuante e imprevedibile, non si tratta certamente di una passeggiata in montagna come un’altra!
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Il percorso si trasforma non appena si esce dalla zona d’ombra, il sole ci viene in aiuto e l’ultimo tratto ci appare più semplice. Poi, tutto ad un tratto, eccoci al Golden Summit, la cima dei 3077 metri. Uno splendido picnic, le foto di rito con il tempio e qualche minuto di contemplazione davanti al mare di nuvole visto dall’alto.
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Le ginocchia sono ancora integre e anche noi, così decidiamo di sfruttare il secondo giorno d’ingresso incluso nel biglietto. Questo si rivela essere molto meno impegnativo del primo dal punto di vista dello stress fisico, ma l’area abitata dalle scimmie rende la gita una specie di film dell’orrore di cui noi siamo i protagonisti e che si svolge tra aggressioni su ponti traballanti e gambe afferrate a piene mani dai maschi adulti.
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Le infide scimmie dai denti aguzzi non si tirano mai indietro, nonostante le fionde e i bastoni dei guardiani del parco: farebbero di tutto per un pacchetto di noccioline. Davanti ai nostri occhi mettono in atto la loro tecnica più usata: un macaco di taglia media si muove piano e con calma sulla spalla del malcapitato turista cinese, così da tranquillizzarlo, mentre con una delle quattro zampe gli slaccia la fibbia dello zaino. Il tempo di una fotografia ed ecco che un suo collega macaco, nettamente più piccolo e rapido, infila una mano ed estrae del cibo dallo zaino. Più veloce del battito d’ali di un colibrì! Tutto finito in pochi secondi, i migliori borseggiatori di sempre. Decidiamo che ne abbiamo abbastanza di questi malefici primati, anche se – bisogna ammetterlo – al di là della loro violenza gratuita nei nostri confronti e dei loro artigli rabbiosi, sono bellissimi.
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Apprezziamo il percorso del rientro sul fiume, con i templi, la natura che sembra già una giungla nonostante l’altitudine e i ponti in costruzione. Siamo pronti a ritornare a Chengdu, la nostra base in Sichuan.
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