Quattro giorni in “Tibet”

19-25 novembre 2013

C’è qualcosa di leggendario nella parola “Tibet” che da sempre affascina i viaggiatori di ogni generazione. Sarà la ricerca di qualcosa di autentico, la voglia di tornare ad una semplicità ormai perduta, il fascino delle vette innevate. Oggi purtroppo è quasi impossibile viaggiare in questa regione in modo autonomo: per entrarci bisogna unirsi per forza ad un gruppo organizzato, in un tour scandito passo passo da guide cinesi, sicuramente poco interessate a mostrare la vera essenza di questo luogo a noi turisti occidentali e soprattutto a farci entrare in contatto con i tibetani. Le zone della Cina che confinano col Tibet offrono pero’ qualcosa di molto simile, anzi, a detta di molti sono rimaste addirittura più “incontaminate” e tibetane del Tibet stesso. Noi iniziamo da Xining, nel Qinghai, dove siamo ansiosi di visitare il nostro primo monastero buddhista tibetano, quello di Kumbum; la giornata è tersa e tra i vari templi si aggirano turisti e monaci, gli uni armati di macchina fotografica, gli altri di tuniche color cremisi e collane di preghiera, l’unica cosa che li accomuna sono gli smartphone di ultima generazione (sì, esatto…).
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Molto più affascinante del monastero pero’ è la collina che lo sovrasta, un ammasso di file e file di bandiere colorate su cui sono impresse figure sacre e preghiere per noi incomprensibili, un disordine perfettamente ordinato che impareremo a riconoscere e a scovare dagli autobus a lunga percorrenza, fra i tornanti di montagna e ovunque sia presente una traccia della comunità tibetana.
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A Xining iniziamo a pensare che gli ostelli cinesi siano di gran lunga superiori a quelli europei: siamo al sedicesimo piano di un grattacielo, una specie di loft sviluppato su due livelli con pareti a vetrate e sale comuni degne di uno spazio espositivo milanese! Xining è una città enorme, fatta di grattacieli, cantieri e caffetterie dai nomi occidentali; a parte il monastero poco fuori città non c’è granchè da vedere, per cui lasciamo la cortina di smog e saliamo di quota in cerca di orizzonti più caratteristici… si va a Xiahè!
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Nella sala ristorante della nostra guesthouse si bolle dal caldo, guardiamo la neve che scende fuori mentre nei tavoli vicini frotte di tibetani e monaci ci osservano mangiare; dieci paia di occhi puntati su ogni bacchettata di noodles che ci portiamo alla bocca, sono anche più curiosi dei cinesi (che da questo punto di vista sono pazzeschi), ma ormai ci stiamo facendo il callo e ci riscaldiamo alla luce di questo strano occhio di bue. Stare qui è un’esperienza ricchissima: i bambini vestiti con le loro tunichette tutte ricamate che girano tra i tavoli, il gestore della guesthouse che guarda video del Dalai Lama su un tablet nuovo di pacca insieme ad un gruppo di monaci, profumo di zuppa e vista mozzafiato. Dalla finestra infatti vediamo il monastero di Labrang, cinto da un sentiero di pellegrinaggio (il kora) lungo tre chilometri, che frotte di buddhisti percorrono ogni giorno: girano le ruote di preghiera, una dopo l’altra, ad un’andatura che si trova fra il cammino e la corsa.
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Noi seguiamo il perimetro tenendoci un po’ in disparte e ci divertiamo a scommettere su quale vecchietta ingobbita arriverà per prima: si superano l’una con l’altra peggio che a Maranello! C’è anche chi sceglie una forma più estrema di preghiera e compie il percorso gettandosi a pancia in giù sul terreno, strisciando con ginocchia e mani e poi rimettendosi in piedi, e così via per tre chilometri, con ginocchiere e protezioni sulle mani, che ci sia la neve oppure un terreno pietroso; ogni tanto ci imbattiamo in una cricca di persone che si riposano prima di riprendere quest’immensa fatica, i vestiti impolverati, i capelli corvini delle donne ordinatamente divisi in due trecce legate tra loro. E’ uno spettacolo a cui è impossibile rimanere indifferenti. E così, dopo un pomeriggio passato a camminare tra i templi di Labrang tutti imbacuccati nelle nostre giacche, cerchiamo di riprendere una temperatura umana al nostro tavolo. I piattoni che ci passano accanto prevedono quasi tutti riso, verdure, patate dolci e carne di yak; ci vengono messe davanti due pinte di energia liquida allo stato puro, un tè al burro di yak bollente e salato semplicemente fantastico!
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E’ qui l’autenticità che tutti cercano, in questo brodo saporito e nel fumo che sale dagli enormi thermos d’acqua calda, nelle braccia nude dei monaci sotto le tuniche; se ci avessero catapultati qui senza dirci nulla e ci avessero chiesto “allora, dove vi trovate?” senza dubbio noi avremmo risposto “ma in Tibet, è ovvio!”. E invece… Il giorno dopo ci aspetta la gita di un giorno ad Hezuo, un villaggio poco lontano.
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Facciamo i biglietti per entrare nel palazzo di Milarepa in una stanzetta minuscola che profuma di peperoncino e cannella. Seguendo le istruzioni ci togliamo le scarpe prima di entrare, fuori è una distesa di neve unica, ma una volta dentro ci distraiamo con la bellezza sorprendente delle sculture e dei disegni di cui sono piene le stanze: i colori vividi, da fumetto, le figure dei Buddha e le inquietanti statue tantriche, i volti demoniaci e gli animali esotici che si susseguono per nove piani valgono anche i due pezzi di ghiaccio che ormai ci ritroviamo al posto dei piedi, mentre saliamo le minuscole e scricchiolanti scalinate di legno.
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Nella luce tenue delle lampade – alimentate anch’esse dal burro di yak, come noi! – ogni figura è rifinita come fosse stata dipinta o plasmata l’altroieri, un genere di arte a cui non siamo per niente abituati, totalmente diversa dalla serietà e dalla classicità che impera nelle nostre chiese e nei nostri musei. Non diciamo che sia migliore o peggiore, è semplicemente diversa, il che la rende nuova e bellissima ai nostri occhi profani e finora digiuni di tinte così sgargianti. Dopo questi giorni sentiamo di poter rinunciare senza rimpianti all’impresa tibetana: se mai avevamo avuto l’idea di entrare in quella zona, ora sappiamo che numerosi tasselli del mosaico etnico e culturale che la compongono sopravvivono più o meno indisturbati anche entro i confini cinesi… e per ora non ne abbiamo avuto che un piccolo assaggio! E’ tempo di tornare in città (qui in Cina non ci si annoia proprio mai), per cui ci assicuriamo due posti su un treno da Lanzhou negli ormai noti “hard sit”: resta una sola cosa da vedere prima di dirigerci verso sud, un’opera di fama e di proporzioni pazzesche, ma per vederla bisogna spingersi fino a Xi’an.

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