Kashgar, alla fiera dell’Est

07-13 Novembre 2013

Siamo dentro. Fra tassisti ciarlatani e frontiere chiuse, ci è mancato poco che rimanessimo chiusi fuori dalla Cina per tutta la notte. Il gelo dei 3000 e passa metri del passo di Irkeshtam ci entra nelle giacche, ci soffia nel collo ogni volta che scendiamo dal taxi per mostrare i passaporti ad un checkpoint; le montagne qui toccano il cielo, solo qualche cammello e le solite mandrie stanno fuori a sfidare novembre. Arriviamo all’ostello di Kashgar a mezzanotte, orario di Pechino: sì perché siamo nella regione dello Xinjiang, già Cina ma ancora un po’ Asia centrale, e l’orario è ancora quello kirghizo. Gli hotel, le banche, i negozi e i treni viaggiano sull’orario della capitale, ma la minoranza uigura e l’Islam che ancora domina in questa parte di mondo vivono secondo il loro orario, non si adeguano.
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A Kashgar tutto si mischia e convive: le insegne in doppia lingua (cinese e farsi – ideogrammi e alfabeto arabo – con qualche parola inglese come ancora di salvezza per noi), i mercati notturni, vetrine di smartphone a perdita d’occhio e poi le griglie fumanti di shashlik, i venditori di patate dolci, i vicoli che appartengono ai giochi dei bambini, una città vecchia che pulsa di vita propria e separata. Davanti al supermercato un uomo siede davanti a un paio di corna di renna, tagliandone minuscole fettine a chi è disposto a pagare bene: dopo un paio di giorni ci convinciamo che si tratti di medicina cinese, ma la scena non ci sembra meno strana della prima volta.
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La Cina ci travolge, è un impatto a cento all’ora. Camminiamo con gli occhi ben aperti per via dei motorini elettrici che ci sbucano alle spalle da ogni direzione, anche sui marciapiedi, zanzare silenziose; eppure l’aria inquinata si taglia col coltello, la gente gira con la mascherina e riusciamo a guardare il sole direttamente, coperto com’è dalla coltre di smog. Ma c’è una cosa che ci colpisce subito, impossibile da non notare: il cibo è ovunque, ad ogni ora, ad ogni angolo della strada, infinite declinazioni di infiniti alimenti. Il supermercato ci rapisce per almeno due ore nella follia dei suoi prodotti monoporzione, passiamo i minuti a rigirarci tra le mani cose di cui non capiamo l’origine, dalle cialde di gelatina fluo alla zampa di gallina sottovuoto, c’è di tutto. Il cibo ha sempre rappresentato un aspetto fondamentale dei nostri viaggi ma già dopo poche ore a gironzolare per Kashgar ci è chiaro che la Cina sarà un discorso a parte, che questa verità sarà più forte qui che in qualunque altro posto visto finora. Il primo pranzo è il più difficile per via dell’enorme varietà, si cammina tra le cucine all’aperto, ognuna specializzata in uno o due pietanze, e si vorrebbe assaggiare tutto: scegliamo di inaugurare la maratona delle bacchette con un piatto di noodles in brodo, ricco e appena fatto, servito direttamente nel pentolino tolto dal fuoco.
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Il mercato del cibo notturno è persino più tentatore: assaggiamo almeno cinque o sei cose diverse tra plov, pane piccante, spiedini, succo di melograno e croccante di noci. L’alto tradimento ci arriva da una frittella calda ricoperta di zucchero, insospettabile dessert, quando di nuovo – è una persecuzione! – ci ritroviamo ad addentare il solito ripieno di carne di montone.
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Al di là di tutte le novità linguistiche e culinarie, il motivo per cui abbiamo scelto Kashgar come città per entrare è un altro: il mercato domenicale del bestiame. Ci svegliamo di buon’ora con le consuete litrate di tè caldo e dividiamo un taxi con altri ragazzi dell’ostello, mostrando al guidatore un biglietto col nome del posto: per il momento questo è il modo più sicuro per farsi capire senza equivoci. La scena che si apre nel campo aperto a pochi chilometri dal centro è difficile da collocare in un mondo moderno: capre, mucche, arieti, pecore, asini, cavalli, yak e cammelli dappertutto, diligentemente divisi in gruppi.
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Gli uomini si sventolano in faccia mazzette di soldi, contrattano, alzano le code degli animali, controllano il pelo: devono comprare. Tutt’intorno banchetti di çay bollente e lunghissime sciarpe di impasto per noodles rifocilleranno e scalderanno venditori e compratori.
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Si sentono lo scalpitio degli zoccoli a terra, i belati e il vociare della compravendita; i bambini ci chiamano per mostrarci tutte le deformità più disgustose delle loro bestie con aria fiera e si sbellicano dalle risate.
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La domenica pomeriggio ci attende una sfida, il nostro primo treno cinese senza posto letto, ventotto ore seduti, direzione Turpan. Qui la barriera linguistica è un muro insormontabile: Kashgar si dice “Kashi”, Turpan di dice “Tu Lu Fan”, insomma capiamo di aver comprato il biglietto giusto solo dopo un paio d’ore di treno, passate nel dubbio di essere sul macinino sbagliato. Lo scompartimento è uno spazio saturo di tutto: facce centroasiatiche e visi tibetani arsi dal sole, cinesi in completo, donnone che mangiano il plov a manate e pile di noodles liofilizzati dappertutto. In breve tempo per terra si accumulano i rifiuti, non bastano le bucce di banana e gli immancabili semi di girasole, si aggiungono anche sputi e altre cose varie; la pulizia per fortuna è continua, ogni ora qualche addetto passa la scopa a terra, si alzano i piedi e si ricomincia a viaggiare. Quando decidiamo di estrarre il portatile per ammazzare il tempo guardando un film, conquistiamo la platea: la gente sale sui sedili e si sporge verso il monitor per assistere a questo spettacolo muto (ovviamente anche se non avessimo gli auricolari non capirebbero una parola), sono curiosissimi e non hanno paura di mostrarlo. Ogni tanto ruotiamo lo schermo di qua o di là, a seconda di chi si sta contorcendo di più per vedere meglio. Turpan è una città piuttosto anonima, dove a parte assaggiare i nostri primi noodles freddi (sperimentando quanto ai cinesi piaccia mangiare piccante) non vediamo molto; siamo qui per visitare Jahoè, un agglomerato di rovine perfettamente conservato, che raccoglie i resti di un villaggio antichissimo. Qui scopriamo che è vero ciò che abbiamo sentito dire da molti: in Cina si paga tutto – ogni singolo ingresso costa abbastanza caro – ma camminando sui sentieri di ciottoli e guardandoci intorno capiamo che sono soldi ben spesi. image
Tastata con mano la bellezza di questo sito archeologico partiamo alla volta di un’altra regione, il Gansu, patria dell’arte buddhista.

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