Il fu lago d’Aral

10-11 ottobre 2013
Il mercato nero. Nero perchè si svolge nell’ombra, nascosto dalle autorità, in modo da non essere scoperti. Ma in Uzbekistan è diverso: qui il mercato nero dei cambiavalute si trova alla luce del sole, con i poliziotti a pochi metri di distanza. Ma prima di andare avanti serve una breve premessa: il Governo ha pensato bene che per limitare l’inflazione fosse importante evitare di stampare banconote di grande taglio, in questo modo n10-on si sarebbe mai entrati nel circolo vizioso della stampa compulsiva di nuova valuta.

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Questo geniale atteggiamento economico ha portato in due anni al raddoppio dei prezzi, costringendo inoltre le persone a circolare con sacchetti di plastica al posto dei portafogli. La banconota di taglio più grande è da 1000 SOM uzbechi, equivalenti a 25 centesimi di euro; solo da poco ne è stata emessa una da cinquemila, che pero’ non viene ancora riconosciuta – nè di conseguenza accettata – da tutti. Le fasi di acquisto sono comiche, e mentre tu cerchi di non far cadere tutti i foglietti stampati che ti ritrovi in mano quando paghi il biglietto dell’autobus, loro contano alla velocità della luce e buttano ogni mazzetta in un sacco della spazzatura adibito a cassa. Per comprare un biglietto del treno servono tre o quattro mazzi di banconote tenute insieme da un elastico, e la macchina contasoldi fa il resto. I bazaar diventano subito la nostra meta preferita: coni gelato giganteschi, frittelle, pesci impanati, ravioli tenuti in sacchetti di plastica e venduti al pezzo, ma soprattutto samosa, samosa e ancora samosa. Quelli uzbechi si differenziano in tutto e per tutto da quelli indiani, sia per l’involucro che per il ripieno: a volte è pane con dentro cipolla stufata, altre ancora è sfoglia con carne di montone e verdura. Quando gli autobus si fermano per raccogliere altri passeggeri non c’è nemmeno bisogno di scendere a comprare provviste: che siano le 8 del mattino o le 3 di pomeriggio si ha la certezza che saliranno almeno due o tre signore con un cesto carico di samosa, ripetendo in loop “Samsa, samsa!”. 1000 SOM per tre samosa caldi, cos’altro serve?! Manca solo un ragazzino che salga con delle bibite fresche e il pranzo è servito. Ah no, c’è anche lui.

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Prima tappa uzbeca: Moynaq, al nord, un villaggio ridotto ormai quasi a città fantasma dal disastro del lago d’Aral. Fino agli anni ’50 era una cittadina portuale fiorente, in cui la pesca e la produzione di caviale assicuravano a tutti lavoro e sostentamento: le acque del lago erano solcate non solo da pescherecci, ma persino da traghetti per passeggeri che arrivavano fino alla sponda kazaka. Questo fino a quando l’Unione Sovietica non decise di spingere sulla produzione di cotone per far fruttare meglio tutta la zona dell’Asia centrale: i campi si trovavano in zone desertiche, per cui si iniziò progressivamente a drenare il lago per poterli irrigare. Tra in 1966 e il 1993 il livello delle acque scese di 16 metri, e in alcune parti il lago si ritirò per più di 80 km; nel 1987 era ridotto ormai in maniera irreparabile, tanto che oggi ne rimangono solamente due laghi minori (la parte nord in Kazakistan, quella sud in Uzbekistan) divise da un neonato deserto.

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Le conseguenze per tutte le cittadine che vivevano grazie all’Aral sono state enormi: la maggior parte degli abitanti di Moynaq fu costretta ad andarsene in cerca di un nuovo lavoro. Ma non solo, anche l’ambiente circostante è stato devastato: i mutamenti climatici sono più repentini e forti -le estati sono diventate torride e gli inverni gelidi – e della fauna che c’era un tempo non rimane quasi più nulla. Come se non bastasse, i residui chimici dei prodotti derivanti dalle operazioni di drenaggio e dagli esperimenti di sostanze tossiche che giacciono sulla sabbia vengono alzati dal vento frequente causando problemi respiratori, che si aggiungono alle epidemie dovute alla scarsità di acqua potabile. Il risultato è che di tutta l’ex Unione Sovietica, la parte concentrata intorno all’ex Aral è quella in cui si registra il più alto tasso di mortalità (infantile e non). Arriviamo dopo una serie infinita di cambi su bus, minibus e microbus e autostoppiamo fino all’unico albergo del paese, che ha un aspetto un po’ troppo disabitato e la porta chiusa dall’esterno con un lucchetto, tanto che siamo già rassegnati a dormire fuori con il sacco a pelo e ce ne andiamo a fare un giro al cimitero delle barche, poco distante. Ci si para davanti uno spettacolo strano e non privo di fascino, nonostante ne conosciamo i retroscena: su un mare sabbioso senza fine riposano una serie di relitti arrugginiti, coi bambini che si arrampicano tra i rottami e giocano sugli scheletri delle navi come se fosse un parco giochi.

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L’idea di dormire su uno dei ponti ci affascinava già da un po’, ma l’entusiasmo svanisce ancor prima del tramonto, quando iniziamo a battere i denti per il freddo; i vestiti che abbiamo non bastano e l’escursione termica è esagerata, così torniamo agli zaini e cerchiamo di escogitare un modo per dormire riparati. Proprio quando avevamo deciso di accamparci nel cortile dell’albergo, senza nemmeno il riparo di una tenda, il proprietario arriva ad aprirci la porta! Niente acqua calda (non ci facciamo troppo caso perchè ci stiamo abituando pian piano ad avere sempre meno comodità, e lo dimostra il fatto che iniziamo a definire “comodità” l’acqua calda…), ma una stanza con un letto in cui riposarci dopo un giorno di mezzi è sufficiente. Crediamo che Moynaq meriti sicuramente una visita, non solo perchè se ne può trarre una sorta di lezione e si può vedere coi propri occhi uno spettacolo davvero fuori dal comune, ma anche per l’approccio con gli abitanti: in macchina ci fanno ascoltare Celentano, ci offrono pane e uva quando capiscono che forse non avremo un posto in cui dormire, e i bambini che giocano per le strade hanno dei sorrisi aperti e una curiosità nei nostri confronti che ci mette di buon umore. Un nonno porta in giro col triciclo il nipotino, un bambino dagli occhi a mandorla e le guance piene color ciliegia: iniziamo davvero a sentire l’ “asiaticità” della situazione, ed è bellissimo riconoscere nelle fattezze degli abitanti un miscuglio di Russia, Cina, Mongolia e chissà quali altre etnie. Ci si sente nel bel mezzo di un crocevia dei popoli, e in effetti l’Uzbekistan è esattamente al centro dell’antica Via della Seta.

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La mattina dopo si parte prestissimo su un autobus carico non solo di persone, ma anche di sacchi di pesce diretto ai bazaar di Nukus. E a noi, si sa, “piace l’odore del pesce chiuso in sacchi di iuta al mattino”.

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Con Moynaq sentiamo di aver fatto una deviazione dal classico tracciato turistico dell’Uzbekistan, e ne è valsa decisamente la pena, ma non possiamo certamente esimerci dal visitare le sfarzose città storiche che ci condurranno ancora più a est. Per cui… prossima tappa, Khiva!

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