Il gatto con lo stivale

27-28 settembre 2013

Dopo il primo giorno ad Anzali ci restano meno di due settimane per vedere il più possibile dell’Iran. Sarà una corsa contro il tempo; la nostra permanenza in questi stati è scandita dalla durata dei visti, per cui siamo costretti a fare un planning serrato (il bilancio di tredici notti, possiamo già anticiparlo, sarà che ne passeremo sette in letti veri e sei tra autobus e treni notturni). Iniziamo il giro dalla tappa finale, Mashhad, per poi disegnare un cerchio, in modo da riuscire a chiedere e ritirare il visto per il Turkmenistan nell’unico posto possibile e negli unici giorni possibili. 06 - Mashhad - HaramIl posto più affascinante di Mashhad è l’Haram, un complesso enorme di moschee blu, arabeschi, minareti e cortili dai pavimenti divenuti invisibili per via dei troppi tappeti, stesi ad ospitare le migliaia di persone che vengono qui a raccogliersi in preghiera in cinque diverse ore del giorno. Alle donne, turiste comprese, viene imposto di togliersi il trucco all’ingresso ma soprattutto di indossare il chador, un enorme lenzuolo che copre dalla punta della testa fino alle dita dei piedi, lasciando fuori solamente il viso. A tutti, uomini e donne, viene fatta una sommaria perquisizione prima di entrare, soprattutto per evitare che vengano introdotte macchine fotografiche. 09 - Mashhad - HaramUna volta dentro, pero’, non ci importa più nulla di dover sottostare a tutte queste regole: la cascata di blu e oro, mischiata al nero dei chador e al richiamo cantilenato del muezzin, ci sommerge completamente. Siamo estasiati: ci fissiamo sui dettagli e sulle persone, su questo rito quotidiano e sul viavai pazzesco che scorre ininterrotto tra un cortile e l’altro. E’ difficile credere che questa cosa accada per ben cinque volte al giorno, quando da noi una folla del genere non riesce a radunarsi nemmeno per la messa di Natale;eppure è così, un rito quotidiano seguito dalla maggior parte delle persone, forse non sentito da tutti allo stesso modo, ma sicuramente rispettato. Un paio di giorni e siamo pronti per il treno notturno Mashhad-Yazd. Letti comodi, lenzuola pulite, l’immancabile sweet box con merendine e succo di frutta, tutto il necessario per attraversare i quattro deserti dell’Iran che ci regaleranno forti emozioni visive. Nel nostro scompartimento si aggiungono due uomini, Hamid e suo zio: il primo è poco più di un ragazzo e non riesce a trattenere l’entusiasmo nello scoprire che parliamo inglese, finalmente può usare questa lingua con qualcuno! 12 - With Hamid on the train from Mashhad to YazdIniziamo a chiacchierare senza accorgerci della partenza del treno, per le successive tre ore Hamid ci bombarda di domande, alcune classiche e generiche, altre un po’ più interessanti, sempre con una curiosità genuina e un’espressione felice. Lo zio, tagliato fuori dalla conversazione a causa della barriera linguistica, mangia e offre una mezza dozzina di snack vari, tra sementi di ogni genere, caramelle piccanti e noccioline glassate, questo perchè ha da poco smesso di fumare e anzi, proprio questo viaggio con suo nipote è una vera e propria terapia suggeritagli dal medico curante! Non possiamo che concordare con lui e sentirci ancora più soddisfatti della decisione presa solo poche settimane fa di attraversare l’Iran anzichè di lasciare l’Azerbaigian via mare. Al momento di andare a dormire Hamid non ci riesce, dicendoci che è talmente eccitato all’idea di aver trovato degli italiani con cui parlare inglese e a cui poter chiedere tutto su tutto che non riesce a prendere sonno. Andiamo a letto con la consapevolezza che il giorno dopo ci aspetterà un’altra lunga chiacchierata con quello che sembra un amico di vecchia data incontrato per caso su un treno, piuttosto che una persona sconosciuta fino a poche ore prima. 10 - Train from Mashhad to YazdLa luce arancione penetra dalla tendina ed entra pallida dal finestrino. Il tempo di aprire gli occhi e interpretare le parole del controllore – il treno è in ritardo -, che siamo invitati per colazione al vagone ristorante. Il dialogo tra noi si fa molto più intenso dopo le varie frasi tipiche di circostanza; non si bada più al fatto che stiamo viaggiando nella loro terra o per altre destinazioni e ci si concentra su argomenti quali il nostro Paese e le abitudini degli italiani per quanto riguarda il lavoro, l’ospitalità, la religione e la famiglia. Giungiamo tutti alla stessa conclusione: l’Iran e l’Italia non sono poi così diversi sotto molti aspetti. Dopo questi discorsi decisamente impegnativi è piacevole distrarsi sentendo dire da Hamid che le nostre nazioni sono simili anche per un altro motivo: entrambe infatti viste sulla cartina hanno una forma riconducibile a qualcosa, noi col nostro inimitabile stivale e loro con la sagoma di un gatto seduto. Tra queste risate spontanee, le stesse che faresti anche ad una pessima battuta di un caro amico, abbiamo avuto un’altra volta la conferma dei nostri iniziali pensieri con l’aggiunta di preziose informazioni: l’Iran è abitato da uno splendido popolo che è in grado non solo di capire i propri problemi, ma di volersi mettere d’impegno per comprendere anche quelli degli altri Paesi. 14 - YazdYazd alla fine del giro si rivelerà essere la nostra meta iraniana preferita: un intrico di vie in cui ci perdiamo almeno un paio di volte, con mura di fango e paglia e porte coloratissime a rompere la monotonia del color sabbia. Ogni bambino che incontriamo per strada ci saluta con un “hello”: ci abituiamo volentieri a sentirci sempre e comunque benvoluti.

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