Cortesie per gli ospiti – Iran

26 settembre 2013

Un treno notturno ci porta direttamente da Baku ad Astara. Nel mezzo di questa piccola cittadina c’è nascosto il confine con l’Iran, un corridoio in stile “coda del Colorado Boat” di Gardaland fatto di tubi d’acciaio, del tutto anonimo e difficilissimo da notare senza indicazioni; ancora una volta pero’ abbiamo fortuna, perchè il dottore iraniano con cui abbiamo scambiato due chiacchiere casuali sul treno la sera prima sembra avere tutta l’intenzione di prenderci sotto la sua ala protettiva. Saliamo con lui su un taxi fino al confine, dove ci mettiamo in coda per il controllo passaporti. Siamo in fondo ad una fila di uomini e donne (soprattutto donne, come sarà sempre più spesso da qui in avanti) pressati come sardine, tutti con documento alla mano, che ci guardano come se fossimo degli alieni. Grazie al dottore riusciamo a saltare completamente la coda (ancora oggi non abbiamo idea del come abbiamo fatto), e pescando un dattero dalla scatola che ci offre il poliziotto di frontiera entriamo nel mood zuccheroso del nuovo stato. Scopriamo che il dottore si chiama Sahid Mohammed, e che ci sta pagando l’assicurazione turistica d’ingresso in Iran: dopo aver tentato di pagare il taxi insistiamo almeno per pagarci la NOSTRA assicurazione, ma niente da fare, una gentilezza per noi senza senso e completamente spiazzante gli impedisce di farci sborsare alcunchè. In un paio d’ore sulla sua macchina arriviamo al suo paese, Anzali, che ci offrirà una giornata straordinaria stampandoci per sempre nel cuore l’Iran. Prima tappa: un minimarket lungo la strada. Lo aspettiamo in macchina, sicuri che si sia fermato a comprare le immancabili sigarette, ma il nostro amico ci stupisce ancora una volta perchè non solo non fuma affatto, ma ha comprato tre succhi di frutta e tre gelati, uno per ciascuno. Seconda tappa: casa di un amico del dottore, che a detta sua parla un buon inglese e quindi può aiutarci a comprare una sim iraniana e un biglietto dell’autobus per Teheran. 01-AnzaliNon avremmo mai pensato di entrare in casa di questa persona (rigorosamente dopo esserci tolti le scarpe, come tutti gli altri) e bere un tè nel suo salotto, insieme a sua moglie e ai suoi figli, sgranocchiando cioccolatini e parlando del nostro viaggio e del loro lavoro. Abbiamo un primo assaggio di ciò che significa “prendere un tè” in una casa iraniana: cercare di non finire mai la tazza se non si vuole bere ancora, aspettarsi dei dolci come accompagnamento, non mettere lo zucchero nella tazza ma mangiare direttamente le zollette intere mentre si sorseggia (trucco già imparato dai camionisti iraniani!) e in questa particolare casa, per le donne, tenere il velo in testa anche se non si è per strada. Terza tappa: un negozio di telefonia in cui i due amici si accollano tutta la trafila dell’acquisto di una sim card per noi, usando il proprio documento d’identità e – di nuovo – i propri soldi, che non c’è modo di restituirgli. Per loro è normale trattare il turista-ospite come fosse sacro. Sono disinteressati e gentili di indole, cosa a cui è molto difficile abituarsi per noi occidentali e che in un primo momento lascia davvero senza parole. Ad ogni persona che incontriamo il dottore racconta che noi siamo Giorgio e Laura, dall’Italia, che stiamo viaggiando da Milano fino all’Asia e che staremo in Iran per un paio di settimane; lo fa con un tono quasi fiero, come ci conoscessimo da sempre e lui fosse il nostro mentore o un nostro parente stretto. Il momento che ci lascia più di stucco è quando ci piazzano ad aspettare in macchina lasciando le chiavi nel quadro e la figlia di otto anni insieme a noi, due perfetti sconosciuti, cosa che in Italia nessuno avrebbe mai fatto (giustamente, aggiungeremmo) e che ci fa capire ancora di più quanto i loro concetti di fiducia e buona fede siano differenti dai nostri. 02- Anzali - Family lunchLa quarta tappa è finalmente la casa del dottore, per un pranzo tutto locale con la sua famiglia: tovaglia di plastica stesa sul pavimento del salotto pieno di tappeti, piatti da portata di riso, pollo, yogurt, pane e pomodori nel mezzo e tutti seduti per terra intorno alla “tavola” a mangiare. In questa casa l’usanza del velo non è rispettata, e sorridiamo nel vedere la moglie che indossa una t-shirt a maniche corte e un grande fiore nei capelli: per strada coprirsi testa, braccia e gambe è legge, ma in casa ognuno detta le proprie regole. Secondo il “programma cortese” che il dottore ha in mente, è arrivata l’ora per gli ospiti di schiacciare un pisolino! Cerchiamo di capire se non stia scherzando ma lui è serissimo, la moglie ci acchitta i due lettini nella stanza dei bambini e noi scivoliamo in un sonno ristoratore facendoci largo tra Spiderman e Winx. Sappiamo che nel momento in cui usciremo da quella porta ci verrà offerto qualcos’altro, e infatti quando qualche ora dopo ci alziamo stropicciandoci gli occhi è già pronta la solita teierona, circondata da frutta, datteri e quant’altro. IMG_8410 IMG_8399Usciamo in tre per un giro nella zona del porto e per una cena a base di shashlik, gli spiedini kebab fatti al momento e cotti talmente alla perfezione che ci viene da piangere – forse perchè vengono serviti con una cipolla cruda tagliata a metà e messa sul piatto?! Inutile dire che non riusciamo nemmeno ad arrivare al portafogli, siamo in Iran da quasi un giorno e non abbiamo speso ancora un singolo RIAL… e giuriamo di averci provato con tutte le nostre forze!! Granitina, altro tè e altra frutta al rientro in salotto (burp), e attesa della mezzanotte guardando foto di famiglia: video interminabili di loro quattro che fanno pupazzi di neve e gironzolano tra Iran e Azerbaigian. Con l’aiuto di stuzzicadenti immaginari a tenerci su le palpebre riusciamo a farci accompagnare alla stazione dei bus, dove finalmente – evviva! – riusciamo a pagarci i nostri biglietti per Teheran e veniamo spediti nella capitale su un bus super-vip dal prezzo ridicolo. …Che dire delle prime impressioni? Siamo frastornati, un po’ sopraffatti da tutto quello che abbiamo appena vissuto: continuiamo a parlarci l’uno sull’altra di quel momento e di quell’altro, increduli e felici che possano esistere davvero delle persone così in qualche parte del pianeta e consapevoli di essere finiti in un punto a sè del mondo.

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