Per chi suona la campana: l’Armenia dei monasteri

3-13 settembre 2013

“Nessun uomo è un’isola”. Ce l’ha insegnato l’Armenia. Non c’è autostop, tazza di tè, barriera linguistica che tenga: gli armeni ci hanno accolti a braccia aperte, rimpinzandoci di miele fatto in casa, passaggi in auto, gentilezze e risate con sottofondo Adriano Celentano (“Ooooh Italia, Cellentano, Ramasotti!”). IMG_7810 IMG_7713A Yerevan il traffico è regolare, l’aria è respirabile, pochi clacson a stordirci le orecchie: dopo Tbilisi, dove attraversare la strada senza usare il sottopassaggio era una pazzia, questa città ci accoglie con tutta la sua tranquillità e ci fa sentire subito bene. L’ostello di Suzanne sarà la nostra casa per qualche giorno: non abbiamo ancora finito di sistemare i letti che sentiamo parlare in italiano dietro di noi, ed ecco che nel bel mezzo di una nazione sconosciuta ai più sbuca fuori un mio compagno delle medie (mio=di Laura)! Andrea è il primo che arriva ad ingrossare le file, ed è un attimo: baci, abbracci, spaghetti al pomodoro e giro dei pub di Yerevan, che detto così può far ridere ma in realtà son davvero tanti, uno diverso dall’altro. La gente ai tavoli beve birra e sgranocchia gamberi d’acqua dolce (è il “crayfish day”), noi decidiamo di provare il vino dolce armeno fatto con uva e melograno, secondo prodotto alcolico più famoso della zona dopo il cognac. Ci perdiamo in chiacchiere davanti ad una chiesa che ha più di ottocento anni, nascosta tra i palazzi, illuminata quel tanto che basta per affascinare. IMG_7776 IMG_7783La prima gita in giornata è al tempio di Garni, seguito dal monastero di Ghegard, a pochi chilometri di distanza; il tempio restaurato e dalle dimensioni modeste sparisce un po’ davanti all’immagine di Agrigento, che entrambi abbiamo bene in mente come inevitabile termine di paragone. Sono i cunicoli del monastero, invece, a riservarci le sorprese migliori: tra un rivolo d’acqua che sgorga dalla parete in pietra e la solennità di un quartetto canoro, riusciamo ad immergerci in quello che un tempo era un luogo dedicato solamente a raccoglimento e preghiera. L’Armenia è piena di monasteri, e durante il nostro giro ne vedremo un buon numero, ma Ghegard rimane nella nostra memoria come uno dei più suggestivi.

Anche il lago di Sevan merita una visita: nel giro di mezza giornata in ostello abbiamo già involontariamente raccolto una compagnia di nove persone che include tre italiani, un italo-turco, un altoatesino di nazionalità tedesca, una polacca, un cinese e un australiano… insomma, sembra l’inizio di ogni barzelletta che si rispetti. Nessuno di noi sembra essere un viaggiatore occasionale: chi sulla strada per l’Iran, chi in cerca di trekking caucasici, chi improvvisa il percorso giorno per giorno, tutti abbiamo qualcosa da condividere intorno alla tavolata che si crea in riva al lago di Sevan. Ma anche quando pensi come viaggiatore di aver un buon curriculum non devi mai dimenticare che c’è sempre qualcuno un gradino sopra di te … in questo caso, più che un gradino, è una rampa di scale! John: australiano, 65 anni e 11 passaporti, col dodicesimo in tasca già rigonfio di visti e timbrini. 110 stati del mondo visitati e ancora quella splendida capacità di entusiasmarsi di fronte ad un mucchio di pietre o ad una guesthouse scalcinata in mezzo alle montagne. Non c’è cosa che non abbia visto, esperienza che non abbia vissuto. Lo bombardiamo di domande per sapere tutto dei suoi viaggi e ci incantiamo ad ascoltare le sue risposte, alcune sono pazzesche, ma sono sempre date con una modestia e con un sorriso che lo rendono subito apprezzato da tutti. Ultimo giorno a Yerevan! IMG_7968L’intera compagnia decide di ammirare la famosa cerimonia domenicale di Echmiadzin e dopo qualche contrattazione di rito con i tassisti di turno si riesce a spuntare un buon prezzo, considerando i cinque passeggeri per vettura. Vedere un intero conclave di preti, monaci e vescovi che dirigono una messa per donne e uomini di ogni età perfettamente agghindati è una scena piacevole, guastata soltanto dai mille ipad/iphone/smartphone puntati sull’altare come fosse un concerto rock. Forse più bello è stato osservare i bambini fare riscaldamento nel vicino campo da calcio e assistere alla cerimonia ben più intima nella chiesa minore, in cui l’atmosfera raccolta rendeva tutto più sentito.  Ci resta da fare un salto nel sud dell’Armenia: tutti insieme scegliamo Goris e Tatev come ultime tappe prima di disperderci e andare ognuno per la propria strada. Goris si rivela essere una specie di villaggio-fantasma, ma i suoi dintorni sono meravigliosi, tanto da renderla nota come la “Cappadocia dell’Armenia”.  IMG_8000Tatev è ancora più piccola, un agglomerato di case che conta in tutto 600 abitanti, un minimarket, una scuola e un bellissimo monastero a strapiombo sulla valle. La guesthouse in cui dormiamo è gestita dalla signora Donara e da suo marito, che si uniscono a noi la sera stessa per una cena italo- armena tutta improvvisata; mentre Donara prepara insalate con le verdure del suo orto, chiacchierando con noi in un inglese niente male, suo marito esce a procurarci l’acqua alla fontana per un iper-sperimentale risotto “alla Tatev”. Lui non spiccica una parola di inglese, in compenso ci indica ogni oggetto presente sulla tavola dicendocene il nome per introdurci alla lingua armena; il tutto annaffiato dalla sua spaventosa grappa all’albicocca fatta in casa, che cerca di rifilarci ad ogni piè sospinto.  Il giorno dopo una camminata di un paio d’ore ci porta al ponte del Diavolo, sotto cui si nasconde una bellissima grotta con vasche termali a cui è impossibile arrivare asciutti per via del torrente che le crea. Arriva il momento dei saluti: scambio di contatti, abbracci e caffè armeno. Alziamo il pollice diretti a Yerevan, ma questa è un’altra storia…IMG_8041

 

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